Elenco blog personale

venerdì 29 marzo 2013

Idiosincrasie



Sono di cattivo umore, in questi giorni. Continuo a sorridere per contratto, ostento una gentilezza che è reale come una banconota da un euro. Poi, per fortuna, torno a casa. E da sola posso far sbollire la rabbia come preferisco. Credo si tratti di rabbia, ma non ne ho la certezza. Ho sempre avuto l’atteggiamento da componente della famiglia del Mulino Bianco, e non so gestire questo nuovo sentimento che mi porta in conflitto con le mie pseudo-certezze.  Come un’adolescente incazzata con il mondo, ce l’ho con tutti (me compresa), ma in realtà, spero di mantenere questo atteggiamento, in vista di utilizzare lo spiraglio di aggressività per ottenere ciò che desidero. Ho una lista ben nutrita di situazioni che mi infastidiscono, ma so che, in questo preciso istante, una sana e violenta scopata potrebbe rimettermi a posto, potrebbe calmare questa attitudine rivoluzionaria. Una scopata che mi stremi, che mi lasci con i muscoli doloranti, alla fine. Si, è ciò di cui ho bisogno adesso.

Nota di colore. L’aspirante toy boy è delizioso. Arrossisce in mia presenza, e questa cosa mi ispira sesso da morire. Mi ha perfino pregato di essere clemente con lui, e non fare discorsi che potrebbero offrirgli esplicitamente materiale per le sue fantasie erotiche. Ma si sa, io amo fare l’inverso di ciò che mi viene chiesto…


giovedì 28 marzo 2013

La prova orale



Un mio amico frequenta da un po’ una giovane ragazza. Con scarsissimi risultati. Lei ha degli occhi verdi molto belli. E ne fa un uso improprio, com’è giusto che sia. Lui la incontra casualmente in libreria, giorni fa. Commentano un libro di ricette, ottimo come regalo per la festa della mamma. Poi lei lo guarda, con i suoi “dolcissimi occhi splendenti da cerbiatta” (testuali parole del mio amico) e mentre lui inizia a sentire le farfalle nello stomaco, lei chiede perché l’uomo pretenda sempre l’ingoio. Il mio amico le fa ripetere la domanda una seconda volta, teme di non aver capito. Invece ha capito bene! Perché l’uomo vuole che la donna beva i suo sperma? Il mio amico è timido. E piuttosto imbranato. Non riesce a trovare una risposta soddisfacente. Si limita a sorridere e a dire che non si era mai posto una simile domanda. Ma vedi un po’ che curiosità!

Ogni “prima volta” a me serve per sondare il terreno. Ché per fortuna gli uomini, almeno in questo, non sono tutti uguali. C’è chi gode nel vedere l’orgasmo bagnare il viso o il corpo della donna che lo ha cercato. Oppure preferisce provare a dissetarla con la sua essenza. Chi pretende che siano solo bocca e lingua a far nascere l’eccitazione e trasformarla in piacere. Chi, invece, vuole sentire un movimento deciso ma delicato delle mani, come completamento del lavoro della bocca. Potrei descrivere ininterrottamente le mie sensazioni. Ciò che provo quando, con la lingua, divento tutt’uno con l’uomo che ho davanti è fortemente appagante. Ma preferisco sempre guardare ed ascoltare lui. È questo il mio vero piacere.
Ho già trattato questo argomento, in passato, e lo farò di sicuro ancora. Non è certo perché sia a corto di idee, o perché abbia una fissazione. È solo perché anche solo scriverne mi regala tanto piacere.

(E per favore, non chiamatelo pompino. Mai. Uno scambio così intenso, intimo, non può ridursi ad un termine che sa di diminutivo.)


mercoledì 27 marzo 2013

Fedele a me stessa



Io e Capitano (lo chiamo così da sempre) ci conosciamo da dodici anni. Mi innamorai di lui quasi subito. Perché era l’opposto del mio fidanzato di allora. Ed io ero l’opposto della me di ora. Innanzitutto non ero ancora rossa. Non riuscivo a guardarlo negli occhi senza arrossire.  Toccavo il cielo con un dito, ogni volta che ci trovavamo da soli a chiacchierare. La fantasia più trasgressiva? Che lui mi baciasse, tenendomi il viso tra le sue mani. 
Il suo imminente matrimonio, però, non mi aiutò molto. Lasciammo tutto su un livello di idealità. Continuammo a sentirci fino al giorno prima delle nozze. Per me, giovane e romantica sognatrice, fu un mezzo dramma. Però decisi di non farmi più sentire. Ero timida, rispettosa. Fu lui a chiamarmi dopo un mese. Ma con il tono di un vecchio amico. Da allora diventammo complici. Ma entrambi consapevoli che tra noi c’era stato qualcosa di speciale. Dato che mi ha sempre detto di considerarlo come un’amica e di confidargli tutto, negli ultimi anni l’ho messo al corrente del cambiamento che ha subito la mia vita, commentando spesso la sua fortuna circa il fatto che, anni addietro, non fossi così. Perché avrei fatto di tutto per distoglierlo, anche solo per qualche ora, dal ruolo di fidanzatino ideale. Lui dice sempre che in realtà non è una fortuna, e che siamo ancora in tempo per scambiarci qualcosa. Entrambi sappiamo che non è vero. A volte, senza pudore come sono, gli racconto qualche scopata meritevole, allora lui mi rimprovera dicendo che è si un’amica, ma è un’amica lesbica, quindi certi dettagli è meglio che li tenga per me. 
Spesso, disapprova. Quando gli raccontai della mia prima “sbandata”  se la prese molto. C’era passato anche lui, ma certe cose vanno vissute con distacco. Così mi disse. E aggiunse che ogni mattina dovevo guardarmi allo specchio, e vedere fino a quando ne avrei avuto il coraggio. Perché mentire rende aridi. Non è da persone pulite. 
Mi guardo allo specchio ogni mattina, senza problemi. Anche io credevo che mentire fosse da vigliacchi, ma si deve pur sopravvivere. Ci provo tutti i giorni, non ho nulla da rimproverarmi. A parte la mancanza di coraggio, forse. Per il resto, devo sentirmi viva. Ne ho assoluto bisogno. Ho imparato, mio malgrado, a contare solo su me stessa. A non condividere paure o debolezze con chi mi sta accanto. Di conseguenza, faccio e farò sempre e solo a modo mio. Con cinismo, Capitano. È con cinismo, che mi guardo allo specchio. Cercando di essere fedele solo a me stessa, come ho scritto in passato.




"Guarire un po', sognare un po', amare un po' fallire un po', far male un po', mentirsi e poi tornare a sfamarsi un po' " 
Afterhours - Il sangue di Giuda

martedì 26 marzo 2013

Voce e bocca



Parecchio tempo addietro prestai la mia voce per registrare un messaggio promozionale che, quotidianamente, l’azienda manda in diffusione. Neanche mia madre mi riconobbe, la prima volta che le capitò di ascoltare. Per tutti è una cosa naturale, ormai. Ascolto la mia voce a volte con insofferenza, altre con compiacimento. 
Da qualche giorno, il giovane collega, ultimo arrivato, poco più che ventenne, è piuttosto agitato. Mi guarda, da lontano, sorride, arrossisce, è sempre sul punto di dirmi qualcosa, ma alla fine, indietreggia e torna al suo posto. Ieri pomeriggio dice che deve parlarmi, e che aspetta solo il momento giusto. A fine serata confessa di non essere più  sicuro di volermi rivelare il suo pensiero, ma so essere molto convincente (e rompiscatole) quindi decide di vuotare il sacco. Ho immaginato che si trattasse di qualcosa che lo imbarazzava solo quando ha iniziato a farfugliare, a guardare il pavimento. La sostanza del suo pensiero è che ogni volta che sente la registrazione della mia voce ha un’evidente erezione. O almeno mi sembra di aver capito così. Perché poi è andato via senza guardarmi. 
Giusto per la sua giovane età, e per il fatto che cerco di mantenermi professionale nonostante il clima sempre più informale che si respira, gli risparmio la verità. Non è la mia voce ad essere sensuale. È la mia mente a percepire nell’atto dell’utilizzo del microfono qualcosa di simile a ciò che mi piace tanto. Il microfono come simbolo fallico. Banale quanto efficace. Di conseguenza, è normale che la voce diventi troieggiante. 
Per me non è ancora arrivata l’età di avere un toy boy, ma confesso che ieri ho pensato che al giovane e coraggioso collega una dimostrazione prettamente didattica di cos’altro posso fare con la bocca non avrebbe certo fatto male!



lunedì 25 marzo 2013

Sindrome di Peter Pan



Ogni volta la preparazione prevede un’accurata scelta dell’abbigliamento (di solito jeans attillati, t-shirt nera, pelle, borchie), capelli più vistosi e vaporosi del solito, smokey eyes drammaticamente scuri. Questo perché ci sono degli appuntamenti che richiedono veri e propri riti preparatori, che rendono l’attesa  piacevole quanto l’evento stesso. La compagnia di quattro amici e amiche decisamente under 30, rende l’atmosfera piuttosto frizzante, e il look dark si scontra con l’espressione da bambina stupita e affascinata che assumo ogni volta che che arrivo davanti ad un palco, con gli strumenti già disposti in ordine e i tecnici che accordano le chitarre. Stavolta ho scelto di stare nelle prime file. Sono circondata da giovanissimi, età media 25, le poche mie coetanee sono in coppia, e questo mi fa sentire ancora più fan in età tardo-adolescenziale. Si abbassano le luci, il cuore mi batte forte, e inizio a sentire la musica attraverso la gabbia toracica, la sento sulla pelle, mi entra dentro dai pori. Canto tanto da non riuscire più a parlare, alla fine. Siamo tutti vicini, c’è chi poga, io sento addosso le mani di chi non conosco, siamo tutti accomunati dalla stessa passione, e ci perdiamo in un mondo naif, popolato da spiriti, anime, personaggi che incarnano le nostre paure, i nostri insuccessi, ma con leggerezza. In oltre due ore di musica, celebro la voglia di godere delle mie passioni. Di non crescere. Di seguire ciò che mi fa stare bene, di accettare il mio “essere un po’ fuori dal comune”. 
Alla fine della serata, nel banchetto del merchandising, acquisto uno dei fumetti disegnati dal cantante. Ne possiedo già altri, fanno parte dei mie piccoli tesori. Ci accorgiamo che lui è a qualche passo da noi (il bello di partecipare ad eventi in piccole associazioni) e si intrattiene con qualche fan che timidamente gli chiede un autografo. Ci avviciniamo. Gli porgo il fumetto per un autografo (proprio come una ragazzina!) e lui mi accontenta. Con gentilezza. Gli sorrido, lo ringrazio. Ricambia il sorriso, mi accarezza la spalla. Con tenerezza. Vedo in quel gesto tutta la delicatezza dei testi che canta. L’attenzione per le piccole cose. Perché spesso sono le piccole cose, a fare la differenza. Mi allontano e leggo ciò che c’è scritto nella prima pagina del fumetto: “Dedicato a chi, nel ’94, aveva 15 anni e oggi ne ha 17”.  E sorrido. Io, nel ’94, avevo 15 anni.

Photo: LaRossa



Piccola nota. La serata è stata bellissima, piena di emozioni, ma questo non significa che abbia messo da parte la mia seconda passione. Circondata da under 25, mi sono resa conto di quanto prediliga l’uomo un po’ più maturo. Ero a quasi un metro dal batterista. L’ho guardato ininterrottamente per tanto, tanto tempo. Quei muscoli tesi, il suo modo di determinare il ritmo:mi ha eccitata da morire. Per tutto il tempo. Ma lo sentivo proprio in mezzo alle cosce, il desiderio di farmi scopare. Sono proprio una groupie mancata!